Piccola avventura tra Equitalia e Agenzia Entrate

Nota bene: questa storia si basa su fatti realmente accaduti; i nomi sono stati cambiati per proteggere gli innocenti.

A un mio cliente arriva una cartella di Equitalia. Si tratta di una storia vecchia che suscita qualche perplessità e quindi decido di andare in Equitalia per avere informazioni in merito al fatto che tra l’emissione della cartella e la notifica passano quattro (quattro!) anni.

Mi munisco di delega e di documenti e vado nella sede di Equitalia. Chiedo se abbiano già fatto tentativi di notifica prima di questo. Risposta: non glielo possiamo dire sono atti interni. Ma se vuole può fare ricorso. Parole magiche che per questa impiegata sembrano risolvere tutti i problemi. Lo so che posso fare ricorso, io vivo di ricorsi, ma non voglio fare ricorso, voglio solo sapere delle notifiche: puoi aiutarmi? Bene, fatto sta che sembra che prima non ce ne siano state.

Ok.

Torno a casa e cerco di capire, mi accorgo che nella cartella manca la menzione di un atto dell’Agenzia Entrate, ci sarà? Nn ci sarà? La cosa è importante e quindi devo scoprirlo. In teoria l’ufficio che ha emesso il ruolo è a Legnano, ma la cartella mi avvisa che quell’ufficio è stato soppresso e che quindi le richieste e i ricorsi devono essere inviati a Milano. Bene, che gentili, penso, vado subito a vedere di trovare i contatti dell’ufficio.

La prima cosa che balza all’occhio è che a Legnano avranno pure soppresso l’ufficio, ma qualcosa c’è ancora. Uhm… Dove saranno i miei documenti? Al numero indicato rispondono solo nel pomeriggio e quindi chiamo il call-center nazionale. Mi risponde un tipo di Cagliari (gentilissimo peraltro) che mi risponde che di quella roba non possono vedere niente a terminale e che l’atto che cerco lo hanno sicuramente in ufficio. Ok, ma quale? Milano o Legnano? Mah, mi dice lui provi a fare una scappata in entrambi gli uffici. Certo… Faccio due passi…

Nel frattempo arriva il pomeriggio: dalle 14:30 alle 15:30 l’ufficio risponde agli utenti. Sarà … Ma a me non ha risposto nessuno. Allora che faccio? Mi armo di navigatore e vado a Milano. Attraverso la città in orario di punta, mi sale la pressione ma Artivi sul posto.

Entro nell’agenzia e mi dicono che si sarebbero loro ad occuparsene, ma il fascicolo è a Legnano e loro non lo possono vedere a video, probabilmente perché custodito in un forziere in rovere e bronzo perché nessuno lo veda.

Ok, decido di andare a Legnano e vado a ritirare la macchina al parcheggio. Penso: mi è anche andata bene, ci ho messo solo 20 minuti.

Quattro euro di parcheggio.

Arrivo a Legnano. L’ufficio è quasi in aperta campagna. Entro, prendo il biglietto e aspetto. Non ci vuole molto, l’impiegato prende delega e documenti e sparisce. Dopo un quarto d’ora ricompare e dice che deve prendere il fascicolo dall’archivio. E fino ad ora dove sei stato? Va bene aspetto.

Dopo un’ora compare un altro tipo che mi dice che dve scendere nell’archivio (ancora?) ma potrebbe darsi che il fascicolo sia a Roma. Evidentemente il forziere era poco sicuro e hanno trasferito tutto in qualche catacomba custodita da qualche mumma 1. Ovviamente non c’è nessuna scansione visibile e quindi deve cercarlo. Ok … Passa un’altra mezz’ora e l’omino torna con il fascicolo. Benissimo. Posso estrarre copia? Ah non so devo chiedere alla collega (evidentemente ci sono dei documenti della Stasi conservati a Legnano). Comunque la collega dice certo non c’è problema, ma … deve portare due marche da bollo.

Ovviamente non c’è una tabaccheria nel raggio di almeno due chilometri. L’ho cercata eh. Ma proprio non l’ho vista.

Morale: ci devo tornare.

Ora, e non scherzo più, tutte le chiacchiere che si fanno sulla semplificazione, la partecipazione e la trasparenza sono — appunto — chiacchiere se poi gli uffici pubblici non aiutano (e non sono messi in grado di aiutare) i cittadini a comprendere la situazione in cui si trovano. Questa semplice verità che non si riesce a far entrare (con tutte le numerose eccezioni per carità) nella mente non solo di chi lavora per la pubblica amministrazione, ma soprattutto di chi la pubblica amministrazione la organizza.


  1. Non è un refuso. Il riferimento è alla Mumma protagonista dell’immortale poesia omonima di C. Guzzanti, contenuta nel Libro de Kipli 

Il problema della posta elettronica per gli avvocati

Nonostante tutto il male che se ne possa dire, e nonostante i “rimedi” che sono stati inventati negli ultimi anni per mettere un limite alla quantità di messaggi che quotidianamente ci arrivano, la posta elettronica è tuttora uno degli strumenti più potenti che ancora oggi sono a nostra disposizione per il lavoro.

Tuttavia molti di noi hanno ancora un approccio sbagliato alla posta elettronica e usano un indirizzo fornito da provider che forniscono il servizio gratuitamente. Questa soluzione però, secondo me, non è praticabile per un professionista.

Tanto per fare due esempi pratici: due provider molto diffusi in Italia, Libero e Virgilio non consentono di utilizzare i propri servizi per usi “commerciali”, come si legge chiaramente nell’art. 3 delle condizioni d’uso di libero o nell’art. 1 delle condizioni d’uso di Virgilio.

Gmail ha in qualche modo supportato (con una serie di filtri automatici sembra) una indagine di polizia fornendo prove ai funzionari che indagavano su un reato di apparente pornografia minorile.

Sempre Gmail ha chiarito nella sua policy che effettua una scansione automatica di tutti i messaggi di posta elettronica che passano sui suoi server.

Our automated systems analyse your content (including emails) to provide you personally relevant product features, such as customised search results, tailored advertising, and spam and malware detection. This analysis occurs as the content is sent, received, and when it is stored.

In sostanza Gmail non offre alcuna garanzia di riservatezza. Se questo può non essere un grosso problema per un privato cittadino, per l’avvocato che ha un dovere di riservatezza nei confronti del cliente, può essere davvero una questione seria (senza contare i problemi derivanti dalla normativa in materia di sicurezza dei dati personali).

Forse usare la posta collegata al proprio dominio può essere una soluzione accettabile anche se comporta altri tipi di problemi (in particolari modo la facilità di indicizzazione del contenuto dei messaggi e la dimensione dell’archivio a disposizione).

Ma a prescindere da questi problemi, si potrebbe dire che, una volta informati i clienti dei limiti del nostro servizio, non saremmo tenuti a fare altro. ne siamo davvero sicuri? Siamo sicuri cioè che scrivere nella informativa sulla riservatezza che usiamo un certo tipo di servizio è sufficiente ad adempiere ai nostri obblighi?

Personalmente non sono così sicuro della risposta, tuttavia penso che, se non possiamo influire sulla sicurezza della posta (che incombe solo a chi fornisce il servizio), dobbiamo almeno riflettere sulla riservatezza.

Un (mio) problema dell’ufficio «senza carta»

Con l’avvento del Processo Civile Telematico, per gli avvocati italiani è emerso con una certa prepotenza il tema dello studio paperless, ovvero senza carta.

Sinceramente non so quanto sia possibile avere uno studio completamente privo di carta, oggi molti documenti sono ancora cartacei e spesso se le aziende sono dotate di strumenti informatici che consentono la digitalizzazione alla fonte, i privati non spesso così adeguatamente provvisti.

Senza contare che ad oggi, comunque, gli atti dei processi che si possono depositare digitalmente sono solo quelli c.d. endoprocessuali e non anche gli atti introduttivi e quelli di costituzione in giudizio, con i relativi documenti.

A parte questo però sembra che ci siano altri motivi per non abbandonare completamente la carta: motivi che mi vedono direttamente chiamato in causa.

Sembra, secondo un articolo pubblicato su Wired 1 che il dottor Tom Stafford dell’Università di Sheffield sia dell’idea che uno dei modi per evitare la presenza di refusi ed errori di battitura sia quello di rileggere il testo con diverse caratteristiche per cercare di indurre il cervello a pensare di esaminarlo per la prima volta.

Tra queste soluzioni c’è anche quella di stampare il testo su carta e correggerlo a mano. Ecco quello che riporta l’articolo (l’enfasi è mia):

Unfortunately, that kind of instinctual feedback doesn’t exist in the editing process. When you’re proof reading, you are trying to trick your brain into pretending that it’s reading the thing for the first time. Stafford suggests that if you want to catch your own errors, you should try to make your work as unfamiliar as possible. Change the font or background color, or print it out and edit by hand. “Once you’ve learned something in a particular way, it’s hard to see the details without changing the visual form,” he said.

Temo insomma che nel mio studio ci sarà sempre carta.

«In fondo al tuo cuore»: una (finta) recensione

Recensione a Maurizio De Giovanni: un divertissement

Nota: questa non è una vera e propria “recensione”, non almeno come la scriverei io (sarei assai più sintetico) è solo un esperimento di imitazione del linguaggio da “recensore”. Questo non toglie, in ogni caso, che quello che ho scritto rispecchia effettivamente il mio pensiero.

Maurizio De Giovanni: In fondo al tuo cuore, inferno per il commissario Ricciardi, Einaudi, 2014, 450 pp.

Con questa settima iterazione di quella che è diventata ormai una vera e propria saga, Maurizio De Giovanni porta il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, il suo personaggio più fortunato e più noto, nella Napoli estiva, mentre fervono i preparativi per festeggiare la Madonna del Carmine. Naturalmente la festa religiosa non impedisce al delitto di farsi strada nella vita delle persone andando a interrompere brutalmente la carriera (e l’esistenza) del noto medico Tullio Iovine Del Castello.

Leggendo il libro, decisamente il più corposo di quelli editi da Einaudi, ma la diversità nella composizione non consente un facile raffronto con quelli precedentemente usciti per Fandango, si ha la netta impressione che il libro sia suddiviso in due parti. Una prima, in cui vengono distesamente presentati tutti i personaggi, comprese anche un paio di new entries, con le loro motivazioni e pensieri; e una seconda in cui la trama “gialla” viene a dipanarsi forse fin troppo precipitosamente in un dénouement piuttosto rapido e anche un po’ scollegato dal resto del libro (mi riferisco in particolare alla figura dell’ucciso che ne esce raffigurato non come il cinico arrivista, ma come un vero e proprio pazzo omicida). Il pensiero che viene alla mente è che l’autore abbia voluto mettere al fuoco troppa carne e poi si sia dovuto contenere per rimanere entro certi limiti di dimensione (ormai i “mattoni” sembra siano appannaggio esclusivamente del fantasy, mentre un romanzo “normale” non può superare un certo numero di pagine) senza rinunciare a quello che aveva servito (basti pensare, appunto, al subplot del brigadiere Maione o all’altra sottotrama di Enrica o, ancora, all’episodio di Rosa).

Una seconda impressione è che De Giovanni abbia ceduto al “marketing” e abbia deciso di provare una scrittura che incontri i gusti femminili non solo di chi già abitualmente lo leggeva, ma anche di un pubblico potenzialmente più ampio. Si spiegherebbe in questo modo la decisa preponderanza dell’aspetto introspettivo sulla trama gialla vera e propria che, a dire il vero, questa volta è decisamente più esile che in altre occasioni. Del resto è lo stesso De Giovanni che lo ha spiegato in un breve post su Facebook e in alcune interviste: la sua scrittura è scrittura di sentimenti. Di certo di sentimenti In fondo al tuo cuore abbonda in modo particolare e tuttavia forse proprio per questo non riesce a essere del tutto convincente.

Ma forse questa idea viene dal terzo elemento che risalta alla lettura del volume: il rimescolamento di situazioni. Ora, non è da oggi che V. Ja. Propp ha teorizzato la ricostruibilità della narrazione attraverso tòpoi fondamentali (che lo studioso sovietico chiamava “funzioni”), del resto anche Bram Stoker con il suo Dracula aveva in sostanza rielaborato modelli precedenti di gothic novel, riuscendo ad azzeccare il capolavoro (chi si ricorda oggi di Varney the Vampire o di The Vampire di Polidori se non qualche appassionato del genere?). Nessuno scandalo quindi se De Giovanni in questo suo libro propone temi già visti con l’aiuto di una tecnica combinatoria che dovrebbe variare i rapporti tra i personaggi, ma che – purtroppo – cade a volte nel cliché. Ed ecco quindi che alla “sbandata” di Maione in uno dei volumi precedenti fa da specchio il finto tradimento di Lucia. Al rapporto tra Ricciardi e la vedova Vezzi ora si contrappone la conoscenza di Enrica con il maggiore von Brauchitsch (l’inevitabile tedesco con il “von” davanti al cognome), senza contare poi l’improvvisa apparizione di Falco come capace di sentimenti alla festa di Livia. Una notazione a parte merita poi la vicenda di Rosa, trattata all’inizio con grande raffinatezza, ma risolta con un artificio da sceneggiatore seriale, inserendo un nuovo personaggio sostanzialmente identico (un po’ come si è costretti a fare quando in un telefilm cambia uno degli attori). Insomma sembra che De Giovanni abbia fatto proprio lo schema di quelle soap operas che ricombinano i rapporti tra i loro personaggi per proseguire con la storia (vedere Beautiful per un esempio illuminante in questo senso).

È innegabile che De Giovanni abbia una facilità di scrittura assolutamente di rilievo e che i suoi lavori siano decisamente ottimi, tuttavia forse l’autore comincia a risentire della prolificità e della serialità del suo lavoro. Fermo restando che, naturalmente, In fondo al tuo cuore resta un libro da leggere.